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Chi scrive quest'oggi, nel cuore pulsante della primavera siciliana; 
intende portare l'attenzione dei
lettori verso scenari ancora più torridi.


Il mondo della musica, la trascendenza, i miraggi che poi sono le ancore di salvezza (persino in mezzo al deserto) 
sembrano richiamarci verso una zona dimenticata del nostro corpo. Quella più antica, arcaica, pura ed allo stesso tempo
selvaggia : La parte rettile.

Qui, in questo abisso che poi è la nostra vera natura, viviamo il suono, il sesso, il tempo, 
innalzandoli per poi annegarci di dentro.


 "Una volta"

Con quale frequenza, i nostri discorsi, sono iniziati proprio cosi?. Ci imponiamo una nostalgia snob addosso, tramandandola alle nuove generazioni. Perchè presuntuosamente ci vantiamo di tempi d'oro, che sono nostri e solo nostri, dove tutto era migliore, splendente e che ormai è evaporato nel grigio del "una volta".

E mò basta.

Insegniamo e viviamo il nostro presente, per ciò che di buono ha da proporci, senza stupidi paragoni. Perchè è necessario, (anche se è duro da accettare)
voler bene alla propria epoca.

"Una volta, Catania era la Detroit del sud". C'era la musica, c'era il Mc Intosh per alcuni, C'era Piazza Roma per altri. (magari per chi vestiva di nero)."

"Una volta Piazza Teatro Massimo era diversa, il target di età era differente, c'era meno gentaglia ecc."






La Profana umiltà di Nativi Musicali, l'appuntamento del lunedì alla scoperta delle band Underground; questa sera vi propone la tenerezza.

La tenerezza che risveglia dal sonno, come il pianto di un bambino prodigio.
Pronto per il M'eraluna.

Eppure le metafora in questione non rispecchia pienamente l'opera della band di cui parleremo. Qui si parla di sangue, qui si respira il ghiaccio. E dunque torniamo a vestire i panni di uomini, e viviamo la distanza insieme ai grandi "Frozenbleed".




Immagino.

Immagino un "Mercurio", il Dio messaggero dell'antica Grecia. Lo immagino differente dal collettivo immaginario; lo vedo...lo vedo con una chitarra elettrica che suona a ritmo di lampi nostalgici, che lo pretendono alla corte di Zeus. No, non è un trip da funghetti allucinogeni. E' l'immagine che mi si è incisa nella mente, e gli ideatori di questo dipinto surreale sono gli "Stark Delicious".

Difficile dire dove questi ragazzi abbiano preso l'energia che impazza dai loro brani, al punto da credere che forse sia stata L'Etna stessa, a sputarli fuori, con un grido che si è condensato nella loro musica.

ENERGIA. Questo è la parola più adatta da accostare ai quattro componenti del gruppo. I loro brani si insinuano dentro le arterie, bussando alle porte dei polpacci, e bisbigliano in modo seducente l'invito "mò si salta!". Lo si avverte in "DOGMA" dove forse il gruppo esprime appieno il proprio talento, dove rabbia, passione e anche una nota di sarcasmo si mescolano in un unica danza che al primo ascolto, come si dice a Catania, colpisce con cosi tanta forza da essere "na tumpulata".

Ma onore al merito, non si parla di chitarre e batterie pestate per un pogo fine a se stesso.
Il punto di forza dei giovanissimi Stark Delicious, è senza dubbio la composizione dei testi, dove riflessioni e lievi provocazioni, fanno da giusta cornice ad un sound irresistibile (Il Sonno della ragione genera mostri).

Dentro le parole del Frontman, si avverte la ricerca di un equilibrio, la stretta dell'io, ed anche la voglia sacrosanta di poter mandare all'inferno ogni cosa. Si afferra il proprio dolore, lo si strangola per poterci infine elevare all'Olimpo, anche solo per avere il diritto e la presunzione di abbandonarlo una volta raggiunto.
Siamo cosi
noi
umani.

E la delicatezza di questo racconto stupisce ancora una volta nel secondo atto della canzone "Olimpo- la discesa"

dove non servono neanche più parole, ma rintocchi di vita.

Se è dunque vero che siamo in molti, con le orecchie tese, in attesa di una valanga

tenetele aperte

Questa valanga è alle porte


ed il suo nome è "Stark Delicious"

Con umile profanità

Buon Ascolto 








<<E' in sicilia che si trova la chiave di tutto >> - Johann Wolfgang von Goethe
Lontani dalle struggenti passioni del Werther, sicuramente, possiamo
trovare nella mia incantevole terra natia,l'accesso nuovo, per l'antico
rifugio di quell'infinito universo che è la musica.
Un modo nuovo, moderno, così com'è il nome della band di cui parliamo oggi.

Gli "A Modern Way To Die".

E la morte arriva sul serio, e la si gusta sul palato come un sapore
che sorprende, ma che infondo, in cuor nostro, conosciamo da tutta la vita.
La medesima sensazione si racconta in " Flow " , quarto brano di
"Pulse and Treatment ", opera prima della band catanese.
Già dal primo ascolto Flow rapisce all'interno di una visione dove
ci si ritrova a trattenere il respiro. Il riverbero della chitarra è il
preludio tachicardico di un treno pronto ad intraprendere la sua corsa.
La voce del frontman infiamma, imponendosi con decisione,
dirigendo binari danzanti verso l'alto. Sono strouble su muri di pietra,
confusione ritmica distillata in eleganza.
Flow è un' altalena dal sound che ignora le regole del tempo,
che se ne infischia delle definizioni, e che si riassume in adrenalina ad alto dosaggio.
Vita che scorre dentro atmosfere che germogliano
nella penombra.

Istinti primordiali, arcaici come la musica,

per... un nuovo modo di morire.



    
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